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Panebianco Michele

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Panebianco Michele

Michele Panebiaco (Messina 1806-1873), allievo prima del Subba alla scuola di Pittura del Regio Collegio Carolino, dove si esercita nel disegno copiando le opere d'arte conservate nel museo dell'Università, grazie ad un sussidio del Municipio nel 1828 è a Roma; quì si iscrive all'Accademia di San Luca (con uno studio di pieghe, conservato nell'Archivio Storico dell'Accademia, vince in quell'anno il primo premio della scuola del nudo) e frequenta assiduamente gli studi di Camuccini e del conterraneo Natale Carta, orientandosi verso una pittura di rigorosa e pedante tradizione accademica.    Rientrato a Messina nel 1832 gli vengono commissionate da Carmelo La Farina le copie di Pale d'altare provenienti da alcune chiese messinesi, da poco portate al museo, e inizia a guadagnarsi il favore della committenza locale, assecondandone le tendenze più conservatrici. Si data intorno al 1835 il "Buon Samaritano" ora perduto, ma noto attraverso un'incisione di Tomaso Aloysio juvara, che suscitò le lodi della critica coeva, presentato poi nel 1838 all'esposizione di Belle Arti di Palermo, e negli anni 1842-43 una pala d'altare con Sant'Antonio Abate in estasi della Chiesa Madre di Aci S.Antonio (Catania), una Madonna degli Agonizzanti per la Chiesa di S.Camillo de' Lellis di Messina e un'Immacolata per la chiesa dei Minori Conventuali della stessa città, entrambe perdute. Sono note solo dalle litografie pubblicate nel volume celebrativo di Domenico Ventimiglia i "trasparenti" con l'Arrivo degli ambasciatori messinesi con la lettera della Madonna, L'entrata del conte Ruggero in Messina, L'arrivo di Ferdinando II a Messina, eseguiti nel 1842 per i solenni festeggiamenti della Madonna della Lettera in occasione della visita di Ferdinando II. Di importanza decisiva sembra essere stato un suo successivo viaggio di studio e di aggiornamento compiuto tra il 1845 e il 1846, con tappe a Genova, Napoli, Milano (dove ha occasione di conoscere Francesco Hayez e Luigi Sabatelli), Venezia e Roma. Nella Capitale viene a contatto con la cerchia dei puristi, di cui subirà una vaga influenza soprattutto nei quadri di soggetto sacro, e stringe amicizia con lo scultore Piero Tenerani. Rientrato a Messina nel 1846, esegue il ritratto del Cardinale Francesco di Paola Villadicani, arcivescovo di Messina, e una natività per la chiesa del monastero di Santa Caterina di Randazzo. Nello stesso giro di anni, oltre a cimentarsi nella realizzazione di alcuni disegni, oggi perduti, per le incisioni che dovevano illustrare alcuni romanzi storici (La disfida di Barlettae Niccolò de' Lapi di Massimo d'Azeglio, Giovanni da Procida di Giovan Battista Niccolini), Panebianco si impone anche come ritrattista dei personaggi più in vista dell'aristocrazia e dell'alta borghesia del tempo: dei numerosi ritratti da lui eseguiti - i biografi ne citano più di trecento - alcuni di notevole qualità, basterà citare il ritratto della famiglia del barone Don Venerando Pennisi di Floristella, firmato e datato 1843, tuttora conservato ad Acirele presso gli eredi Pennisi, di cui si conoscono anche alcuni studi preparatori dei personaggi effigiati, il ritratto del Principe d'Alcontres del 1847 (Messina, collezione privata) e il ritratto di gentiluomo anch'esso in collezione privata. 

Ma il suo momento di maggiore successo, favorito certamente dall'assenza di una vera e propria concorrenza, coincide con la commissione del sipario del nuovo Teatro Sant'Elisabetta di Messina, dopo una lunga e travagliata vicenda che lo vede in competizione con Letterio Subba. In una prima tornata del concorso, Panebianco aveva presentato il bozzetto con il torneo dei Cavalieri della stella, ora in collezione privata, e nel 1850 sarà lui stesso ad aggiudicarsi l'incarico con il bozzetto di stretta osservanza accademica raffigurante Gelone che accorda pace ai vinti cartaginesi a patto di non più sacrificare vittime umane (Messina, Museo Regionale), realizzando nel 1852 il sipario andato disperso dopo il terremoto del 1908. Da quì in poi Panebianco non avrà più rivali (nello stesso anno infatti, viene nominato direttore della scuola di disegno e pittura dell'Università al posto del Subba, esule a Malta): si infittiscono le commissioni di ritratti e di quadri di soggetto sacro, questi ultimi di fattura piuttosto modesta, ma il suo linguaggio si sclerotizza, raggelato in una cifra stilistica ormai decisamente superata, che traduce in forme sempre più rigide e scolastiche estenuate matrici neoclassiche. Nell'estate del 1854, insieme ad alcuni allievi, fra i quali il giovanissimo Dario Querci, si reca nuovamente a Roma, fermandosi per circa un anno e mezzo. Durante questo soggiorno romano inizia il grande quadro con L'attacco dei Saraceni contro i cavalieri dei Verdi che accompagnano il Sacramento eucaristico (già nel Museo Civico di Messina, distrutto nel terremoto del 1908) e diviene membro della Congregazione dei Virtuosi al Pantheon. Subito dopo il rientro a Messina nel 1856, esegue alcuni dipinti per la villa del ricco commerciante messinese Mariano Costarelli (Sacro Cuore, San Giuseppe e un'Annunziata nella cappella privata, e nel soffitto del salone Mercurio che presenta a Giove Psiche nel matrimonio di Amore, e i grandi ritratti di Costarelli e della moglie, ora dispersi) e il Riposo in Egitto (1859) per Pietro Tenerani. Gli anni che vanno dal 1861 fino alla morte sono fittissimi di commissioni. Delle sue opere di questo periodo menzionate dai biografi, ricordiamo alcune pale d'altare: un Sant'Eleuterio e un Sacro Cuore di Gesù nella Chiesa Madre di Pozzo di Gotto(Messina); Sant'Agata in cercere visitata da S.Pietro (1861), nella chiesa di S.Benedetto di Acireale; Le Simmate di S.Francesco, eseguito per la Chiesa di Santa Chiara di Messina e ora nella Chiesa di Montevergine; L'Apoteosi di S.Francesco, già nel soffitto della chiesa di S.Francesco dei Mercanti di Messina; La Deposizione della croce (1866), nella chiesa parrocchiale di Altolia (Messina); Gesù con la croce e la Vergine Maria (1866), nella chiesa di Maria Santissima di portosalvo di Gallico Marina (Reggio Calabria) e Un miracolo di San Nicola di Bari (1867), nel soffitto della chiesa Madre di Venetico(Messina). Si data invece al 1868 un album con decine di disegni raffiguranti La sacra Famiglia ed altri schizzi ora al Museo Regionale di Messina.  


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